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Il sadico controllo del piacere per piacersi, è laidezza
I
Il piacere è sensazione e senza senso, non può esserci piacere. Il suo movimento espressivo è il reiterare una sequenza nota dal conosciuto, che seppur assemblata, manovrata e modellata da porzioni del visto o del percepito, trattasi sempre del passato, del finito e del vecchio. Esso viene scambiato con la gioia, ma l'immensità del sempre nuovo, che è la gioia del durante, non ha affinità alcuna, opposta o conseguente con il piacere. Quando la gioia viene riconosciuta, indicata o misurata, diventa piacere, per tale motivo se c'è gioia, non può esserci piacere e viceversa. La ricerca del piacere è la facile strada della ripetizione meccanica, il semplice ritrovo di ciò che si sa già, la conferma sensazionale di essere ciò che si è stati prima, il futile reiterare una dipendenza che svuota e rende aridi, l'abile stratagemma per sostenere l'esperienza e l'illusione dello sperimentatore.
II
Indossò l'abito talare con l'aiuto della bizzoca, ne baciò i due stemmi alle estremità ed attraversando l'arco della sacrestia, entrò nella piccola cappella dirigendosi con solerzia all'altare per iniziare la cerimonia della sera, inchinandosi all’immagine della vergine. C'erano molte persone ad attenderlo, una campanella diede l'inizio della funzione ed un vecchio organo iniziò lentamente a suonare. Iniziò così il canto delle perpetue e degli adepti, lo strumento intonò il salmo del giorno, la folla si unì ad esso e qualche fumo di incenso benedì quella sala stracolma di fedeli. Aveva raggiunto con passo sollecito il centro del pulpito, che appariva sontuoso e ceruleo dalle luminarie accese ed aspettando piamente il termine del salmo responsoriale così sentitamente cantato dai devoti, era pronto per iniziare di lì a poco il vespro con una concentrazione davvero eminente per quella celebrazione eucaristica: quell’apparenza così zelante obliterava però scaltramente uno strano movimento agitato di tensione, frammisto ad un trattenuto ed ansioso nervosismo, che lo turbava profondamente.
III
Ella soleva stare lì, sempre agli ultimi posti, in disparte. Il suo passato di meretrice l'aveva cresciuta voluttuosa e languida, ma l'offesa del padre già dalla sua giovane età, negli abusi perpetrati per insegnarle il mestiere che avrebbe pagato il suo alcolismo, l'aveva resa vuota, fredda, sterile e sofferente: questo era il fardello greve, astruso e vergognoso delle sue molte colpe. Era in cerca pertanto del perdono di un dio che non aveva mai conosciuto, ma che in cuor suo aveva sempre cercato e quel prete di quella chiesa sembrava essere il vincastro dell'innocenza, l’incanto della dolcezza, l’immagine del perdono e la protezione amorevole di quel padre che in pratica lei non aveva mai avuto. Lui lo sapeva bene, del resto ogniqualvolta iniziava la funzione non poteva non notarla: non poteva esimersi infatti dall'essere sopraffatto dagli sguardi furtivi ma languidi che lo trovavano indifeso e tentennante tra le fauci affilate della volizione conturbante della lussuria, che non aspettavano altro per trafiggerlo e poi dilaniarlo. Come un coltello rovente affonda nel burro, quegli sguardi abbattevano ogni sua difesa e quel desiderio scioglieva ogni barriera costruita per non cadere nella tentazione di seviziarla. Così si era preparato con le orazioni, con le invocazioni, con i buoni propositi della sua missione liturgica, con le letture antiche e sacre, con le celebrazioni eucaristiche impartite dal vescovo e con le dirette raccomandazioni di dio, ma adesso quel demone satanico con le sembianze dell'angelo, ciò che era stato ripudiato proprio da quel dio che lui stesso aveva adorato e proiettato come salvatore, era proprio in quella donna e lui non riusciva a sottrarsi al furibondo movimento del desiderio che si agitava in lui per possederla, per avere quella deferenza tutta per sé sotto forma di speranza, fiducia e devozione, che avessero definito magistralmente i bordi chiari e netti della sottomissione, necessaria per addursi il piacere iniziale del dominio psicologico seguito poi da quello inevitabile, quello fisico.
III
Iniziò a cantare sottovoce, si sforzava di non essere trascinato, ma il vento della passione lussuriosa era furioso ed indomabile: non riusciva a non fissarla, a non ricambiare i suoi sguardi, i suoi messaggi; la voluttà plasmava l'avanzata della concupiscenza ed in lui oramai i cosiddetti buoni e santi propositi erano solamente un lontano eco che risuonava astruso ed incomprensibile. Le giaculatorie recitate all'alba subito dopo il risveglio improvviso e quell'intenso rosario a seguire per redimersi e purificarsi, non avevano lenito più di tanto gli intensi orgasmi interiori con quelle immagini dei tanti ricordi di quella conturbante creatura proiettate dall'amplesso del pensiero, in quella rovente notte di passione trascorsa con sé stesso. Ora però ella era laggiù in carne ed ossa, la poteva ben vedere, saggiare, gustare, spogliare con l’immaginazione; il sé iniziava a trattenere così ulteriori immagini in memoria per intessere nei suoi mondi e nelle sue perversioni nuove realtà da proiettarsi nel dopo per soddisfare quella sete avida ed incontrollabile della bestia interiore che gemeva dal bisogno implacabile di nettare del piacere sessuale. Iniziò l'omelia e lei lo fissava con devota attenzione frammista ad una innocente voluttà. Quando i loro sguardi si incrociavano, la sua voce ed il suo discorrere subivano un rallentamento: parallelamente lui la stava implorando di unirsi a quella perversa eccitazione, poteva chiaramente udire i gemiti degli amplessi abilmente costruiti dall’ego ed ora che era all'apice mancava il tocco finale, quello sguardo languido della purezza e dell’innocenza, suggellato dalla resa incondizionata al suo cospetto, che avrebbe amplificato nel peccato più maldestro il piacere intenso del possedimento e della sodomia e che si mostrava deciso e finalizzato dalle innumerevoli immagini che avevano occupato adesso, sotto le sue vesti, confusamente la sua mente con il film del suo pregevole ed agognato orgasmo con lei.
III
Perché il piacere dilania così assiduamente e nascostamente le nostre menti, con quel pensare ostinato e perverso all’appagamento attraverso la sensazione? Non è forse la somma rappresentazione della ripetizione di uno schema che adduce sicurezza, durata, stabilità ed il senso di essere o di avere qualcosa? La sensazione di essere vivi, capaci, potenti ma anche meravigliosi, stupendi, in grado di raggiungere ciò che è stato proiettato magistralmente come l’ideale da desiderare, da sottomettere e da possedere ad ogni costo per risaltarsi ed allo stesso istante fuggire da tutte le instabilità ed i problemi della quotidianità? Nel piacere non c'è forse anche il sapore della brama, della continuità, del divenire, del conquistare, dell’essere unici e speciali; ma altresì il seme della violenza, della crudeltà, del dolore, della sofferenza ed anche della paura e della brutalità? Quando si osserva il piacere non si vede forse quel suo movimento aggressivo che sottolinea evidentemente ed avidamente il senso del sé, producendo isolamento? Quando il desiderio ambisce al piacere non c'è altro, vi è solo il sé. L'altro diviene un oggetto, un tramite, uno strumento, un veicolo idoneo e riutilizzabile per identificarsi nella sensazione voluta e raggiunta, per gettarlo poi dopo quando non serve più. Il sé adduce il bisogno del piacere per rinnovare il passato ed utilizza l'esperienza per accumulare ed espandere la memoria psicologica che lo costituisce: il piacere così non può mai essere gioia, ma solo mera ripetizione, seppur modificata o apparentemente ricostituita, di immagini del passato sulle quali il sé ha eretto le sue solide radici nel presente e che non gli basteranno mai nel dopo, perché il desiderio vorrà sempre ripeterle indefinitamente e diversamente in quell’appagamento conseguente. Il piacere non va però ignorato, combattuto, sublimato, giustificato o condannato; esso deve essere visto e sentito senza scindersene, perché solo osservando i suoi movimenti mentre accadono, c’è la sua totale comprensione. Reprimerlo è l’espressione del distacco e del controllo dell'azione attraverso colui che se ne separa, nello sforzo costante di disciplinarlo. Ma ciò che viene controllato è parte del controllore ed è proprio il sé che attraverso la lotta e la divisione lo ravviva utilizzando il conflitto e la commiserazione nel dolore e dunque controllare il piacere, disciplinarlo, indurlo, addurlo, sublimarlo oppure negarlo, equivale sempre e comunque solamente a rafforzarlo. Si è forse diversi dal piacere e dalla sensazione che si cerca, che si prova e che si intende poi disciplinare? C'è un'entità che valuta e controlla quel piacere? C'è un pensatore che, separato da ciò che è, ambisce e desidera il piacere attraverso il pensiero costante per risaltarsi dapprima e pentirsi o condannarsi poi nel dopo? Se c'è divisione e scissione dal piacere, l'entità separata che lo pensa continuamente, è sempre il sé. Se non c'è divisione e dunque quel pensare assiduo che lo proietta e lo ricerca, se c'è solamente il proiettare le immagini dei ricordi dalla memoria perché c’è solo sensazione, senza più colui che la persegue, c’è più il movimento avido della reiterazione? Il piacere dunque non è pertanto gioia, perché nel piacere c’è causa e c’è motivo. La gioia è assenza del sé e giunge inaspettatamente solo quando non c'è divisione e conflitto tra le varie parti di sé stessi: non essendo riconoscibile perché non si protrae nel tempo di colui che la trattiene nel ricordo, nella memoria o nella sensazione di riconoscerla e provarla, la gioia è pura estasi senza scelta. Il piacere, che viene riconosciuto e scelto dal pensatore e dal suo centro d'azione, che lo ha ricercato e rievocato nel tempo attraverso la proiezione del desiderio e della volizione ambiziosa del raggiungerlo, è erroneamente scambiato come gioia, ma se c'è il riconoscimento, la sensazione e l’appagamento cosciente, tale è piacere e giammai gioia: quando si ha consapevolezza di uno stato gioioso, esso è cessato già.
IV
Così, quando c’è il ricordo di uno stato gioioso, quella memoria stessa infatti si muove, misura ciò che è stato e diventa piacere che induce la meccanicità avida della reiterazione, che sfocia nell’insensibilità e nella frustrazione, perché si ricerca sempre e solamente ciò che adduce piacere e ci si sconforta se non lo si può più raggiungere o non lo si può più ripetere. Quando si comprendono pertanto gli effetti crudeli e brutali del piacere, l’indomabile pulsione del raggiungerlo, la costante lotta per tenerlo a bada, soprattutto quello sessuale, allora si proietta il suo opposto, la castità, che si intende raggiungere e possedere in ogni modo attraverso il digiuno, la preghiera, il martirio, il diniego, la disciplina, il voto, la repressione, la condanna, la chiusura, il rifiuto ed il sacrificio, per essere lindi come il dio proiettato dall’immaginazione ed adorato per ricevere in cambio la purezza: il sommo piacere cioè di essere candidi. La religione ha radicato nel santo tutto questo, ecco perché il santo non è altro che un atleta, colui che si esercita per mantenere e raggiungere: la sua lotta è una continua violenza a sé stesso ed ai suoi seguaci, che è essenzialmente brutalità, crudeltà e spietatezza, che non ha niente a che vedere con la purezza eccelsa della castità, che non è combattere il desiderio, ma è comprenderne la struttura e svelare poi soprattutto, colui che lo prova.
V
Per tutto quanto esposto, dovrai capire che quando gli eventi attorno a te accadono, sei solamente e sempre tu a riconoscerli, a dargli un valore, un nome, una sensazione, un'immagine che deriva dallo sfondo che ti ha plasmato per come sei adesso che li stai vivendo. Essi si muovono nella realtà del pensatore, nei suoi confini, nei suoi limiti e nelle sue misure ed attraverso il tempo e le tracce della memoria, determinano la reazione al visto ed il rapporto tra te ed il mondo. Gli eventi accadono nel tuo mondo per sorreggerlo ed il tuo mondo sono proprio gli eventi a cui reagisci psicologicamente dapprima, fisicamente dopo. Per questo puoi riconoscere, denominare e misurare solo quelli in cui c'è possibilità di reazione: l'inconscio è lo stimolo, i sensi lo strumento di raccolta, l'io è il cercatore. Tutto questo si muove in te e tutto questo sei tu, si, proprio colui che sta osservando in questo momento ciò che accade esternamente ed interiormente. C'è qualcosa oltre tutto questo? O ti è rimasto solo questo? Questo è la ricerca del piacere, questo è il tripudio della crudeltà, questo è l’abominio del conflitto, questo è il peso del dolore, questo è l’inganno della paura, questo è la sete della sicurezza, questo è la fuga dalla vacuità, questo è la prigione del tuo essere: la meccanicità. Tu puoi rifugiarti nella fede, nella speranza, nella noia, nel sogno, nel dolore, nella tristezza, nello sconforto, nell’accettazione, nel rifiuto; puoi aggrapparti ad un metodo, ad una convinzione, ad un credo, ad una identificazione, ad uno schema, ad una pratica; ma sei stato, sei e rimarrai sempre lì: nel mondo che hai creato a tua particolare misura e nel quali vivi e rivivi le tue realtà, le tue evasioni, le tue manie, le tue perversioni, le tue meschinità, le tue convinzioni ed i tuoi inganni. Quando dunque apri gli occhi ed osservi ciò che accade; quando ascolti i suoni, i rumori e le voci, soprattutto quella imperiosa di te stesso che interviene costantemente per direzionare, indicare, giudicare e valutare, chiediti se tutto ciò che accade, essendo misurato da te stesso, non esiste semplicemente perché sei tu a riconoscerlo. Devi chiedertelo con esitazione, con attenzione e con onestà, perché sino a quando vivrai in questo mondo percepito, indicato e misurato da te e dalle tue sensazioni che manovrerai esclusivamente per darti risalto, vivrai nei tentacoli del piacere, del desiderio e della vanità. C’è allora davvero qualcosa oltre tutto questo? La religione parte da questa domanda, ma il desiderio evita questa indagine per dare prosieguo alla meccanicità, alla sofferenza ed al dolore. Per questo motivo religione non è seguire un rito, abbandonarsi ad una fede per deresponsabilizzarsi o rifugiarsi in un credo per sentirsi al sicuro: la religione è purezza perché si è liberi, è unità perché si è posto fine alla divisione, è castità perché non c’è più alcuna ombra del passato, è rilegare sé stessi con la verità perché il sé ha compreso la sua falsità ed è gioia perché si è compreso l’inganno e la struttura del desiderio, del piacere e soprattutto dello sperimentatore.